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Sono da consultare e scaricare informato PDF Profili, Opere e aneddoti sui personaggi che hanno fatto la storia di Castel Baronia.
 
La Santa Patrona
Storia della Santa Patrona e dei Santi di maggior culto
 

Santa Maria delle Fratte

(Patrona di Castel Baronia)

Cenni Storici

Gian Giacomo Giordano (Vescovo e Abate di Montevergine. Castel Baronia 1590 - Lacedonia 1662), scrivendo le  Croniche di Montevergine, stampato a Napoli nel 1649 riferisce che uno dei monaci inviati da Montevergine ad ufficiare la chiesa di S. Giovanni del Casale di Acquara (primo insediamento di Castel Baronia), era solito ritirarsi in meditazione  presso una collinetta dei dintorni, in una grotta  o spelonca, in cui aveva infisso ad una pianta l’immagine di Maria , rappresentante la Madonna che mostra il Divino Figliolo, messaggero di salvezza e di pace. Quando egli morì la spelonca rimase abbandonata  e inghiottita dalla vegetazione, fino a che non la scoprì, era il 2 febbraio 1137, un bovaro, che, avendo smarrito un toro, lo trovò inginocchiato davanti alla sacra effigie.

 

Riferito il fatto al Vescovo di Trevico, questi la fece trasportare nella chiesa di S. Euplio in Acquara, ma la mattina non fu più rinvenuta: “Per il che sospettarono a primo che indi fusse stata rubata da qualcuno; e però (....) alla fine alcuni, ispirati da Dio, andarono alla spelonca, e quivi la ritrovarono posta in quell’istesso modo, come stava prima. Da questo fatto così miracoloso conchiusero tutti unitamente, che Iddio voleva fusse adorata quella sacra Immagine in quel medesimo luogo, ove fu ritrovata, e prò in breve tempo vi edificarono una piccola Cappella”.

Padre  Serafino Montorio, facendo proprio il testo di una relazione fattagli pervenire dal Vescovo Simone Viglini, nel 1715, ripetè: “La prodigiosa immagine della quale parliamo, circa l’anno del Signore 1137, fu portata da uno di quei monaci che da S. Guglielmo, fondatore, e dal Beato Alberto, suo compagno, furono mandati per servire alla chiesa della Valle e suo Casale dell’Acquara, in detto anno donato alla religione medesima, allor nascente, da Amato, Vescovo di Trevico, e da Riccardo, Padrone della stessa città. Aperta una spelonca ai piedi di una collina, un miglio distante dall’antica chiesa di S.Giovanni (......) affisse l’effigie  ad un  albero avanti alla predetta grotta, alla presenza della quale soleva praticare le sue penitenze, e porgere le sue preghiere all’Altissimo, fino a che passò a ricevere il premio delle sue virtù in Paradiso.
Morto questo gran servo di Dio, restò abbandonata la grotta e la sacra immagine, in modocchè cresciuti i bronchi e le spine, si perdè non solo la memoria di essa, ma restò coperta da una gran macchia.

Passata, quindi, lunga serie di anni, si compiacque la Vergine di nuovo scoprirsi, ma con un prodigio. Un uomo del suddetto Casale di Acquara, avendo disperso un toro indomito, e cercandolo per quelle foreste, ritrovollo alla fine avanti la macchia, che copriva la grotta, ma, come se avesse lume di ragione e fosse capace di conoscere la grandezza di Maria, stava inginocchiato adorando il nascosto ritratto (....) quieto e trattabile (....) mentre il padrone l’accarezzava. Mosso questo da stupore insieme e coriosità, procurò di sgombrare quei sterpi per osservare qual cosa di sagro ivi nascondevasi, e tanto adoperossi che scovrì l’antica spelonca, come anche la detta immagine inchiodata all’albore (...). Uscito dalla grotta, vide che il toro non più mansueto ma feroce, risorto in piedi, velocemente portossi alla mandria, dal che quello argomentò essere il tutto accaduto per volontà divina, affinchè si scoprisse quella sagratissima immagine, onde senza trattenersi andò per tutti i luoghi convicini, pubblicando quanto aveva trovato e veduto.
Pervenuta all’orecchio del Vescovo la notizia d’un fatto così prodigioso (.......), colla maggiore solennità possibile, la trasferì al Casale suddetto (Acquara) collocandola nella maggior chiesa di esso, dedicata al Santo Martire Euplio. Ma la mattina seguente non fu ivi ritrovata, onde dopo molte diligenze (...) il detto  Prelato trovolla nella sua grotta. Onde, conoscendo con evidenza che la Vergine aveasi eletto quel luogo, colle offerte limosine, fè ivi fabbricare una piccola chiesa, dandole l’accennato titolo di S.Maria delle Fratte”.
La versione fu ripresa nel 1830 da un Rescritto vaticano che  ripete pedissequamente:  “Nam, cum quidam incola Casalis Acquariae torum a grege dispersum quaereret et tanquam lumine rationali praeditum, genuflexum ante dictam Imaginem reperit. Hoc ad Episcopi Diocesani aures perventum, solemni processione totius Cleri effatam imaginem ad ecclesiam dicti Casalis Acquariae transtulit. Sed ob aliud mirum factum, Episcopus, prope speluncam ecclesiam aedificavit Virginis titulo ex loco assumpto semper de fracta dedicavit”.

I miracoli secondo la tradizione

La tradizione orale narra di numerosi miracoli compiuti dalla Vergine,  su alcuni dei quali si  soffermano tutti gli storici di Castel Baronia, a cominciare dal Giordano fino al Frano ed a F. Bardaro Grella.

La lampada

“Nè devo lasciare di far menzione qui di uno stupendo miracolo successo circa gli anni del Signore 1599, visto da me coi propri occhi" - scrive il Giordano - "Sta collocata e posta, come sempre è stata, questa Benedetta e Sacra Immagine, in una cappella fatta di stucco e gesso, nel muro principale della parte destra di detta Chiesa maggiore, incontro alla quale c’è la cappella del SS. Rosario e in mezzo dell’una e dell’altra per ordinario vi è  stata e sta una lampada accesa. Il pavimento della  Chiesa (...) è molto antico, fatto di mattoni pestati e calce, battuto in modo, che è duro più di una pietra. Nel mese dunque di maggio, una mattina, nel far del giorno, andò il sagrestano, com’era solito, a suonare l’Ave Maria; e aperta la Chiesa vide la lampa di vetro (qual la sera precedente aveva lasciata accesa pendente in aria da una fune in mezzo del lamparo) che più luminosa dell’ordinario sul pavimento cascata ardeva: dal che meravigliato non poco, s’accostò per vedere, come quella lampa si trovava a terra, e mentre non era piana di sotto, ma con la punta (....) come poteva star diritta; e s’era cascata, perché non era rotta e smorzata, e trovò che  stava fissata nel pavimento (...) in modo che, ancorché gli avesse fatto ogni diligenza per levarla ed alzarla, non poté. Sbigottito di questo, il sagrestano uscì subito dalla Chiesa e cominciò a gridare subito ad alta voce miracolo, miracolo (....); ed egli a tutti raccontava quello che aveva ritrovato e visto in Chiesa, dove curiosi andarono subito, e ritrovarono che veramente era così (...). Tentarono ancor essi di levar detta lampa, ma non poterono".

Giunta la notizia  alle orecchie del Vescovo Alfonso Pardo, questi , accompagnato dal Clero  e dai “migliori e più civili uomini della Terra”, si recò in Chiesa dove poté vedere  la lampada  conficcata nel pavimento, e la fune, cui prima  era legata, spezzata e rotta. Tutti, poi,  riscontrarono  che essa,  cadendo, non si era rotta, né si era spenta la fiamma, ne era caduta alcuna goccia dell’olio che l’alimentava. 
Nell’occasione il sagrestano, interrogato,  riferì che la sera precedente  aveva chiuso la porta della Chiesa, in modo che nessuno v’era potuto entrare.
La lampada restò così per molti giorni, durante i quali  accorsero torme di fedeli che, per devozione, prendevano un po' di quell’olio che  l’alimentava, e di cui la lampada restava sempre piena.

Nella ricorrenza della festività del Santissimo Sacramento, tra tanta gente entrata in chiesa, vi fu anche un grosso cane, il quale, minacciato e scacciato da tutti, dopo aver fatto molti giri per sottrarsi alla violenza degli astanti, finì per  passare sopra la lampada, fracassandola. Tutti  pensarono che si trattasse di qualche demonio che aveva assunto tale forma per impedire il gran concorso di popolo a riverire e ad adorare quella sacra immagine.

 L’apparizione del porro

Nel 1712, quando  infieriva in paese una malattia  che faceva strage di buoi, si vide comparire un porro sotto l’occhio destro della sacra Immagine della Madonna. In un primo momento  si pensò che fosse un rigonfiamento della vecchia tela su cui era dipinta, dovuta all’umidità, ma così non era perché si rivelava durissimo al tatto. Da quel giorno tutti coloro che si ungevano con un po' di olio attinto dalla lampada guarivano miracolosamente, compresi i buoi infettati dalla malattia.

Diffusasi la voce nelle zone limitrofe e  nelle province della Campania, il pellegrinaggio si ingrossò sempre più, e le guarigioni  si moltiplicarono a tal punto,  da far scrivere al Vescovo di Trevico, Monsignor Viglini: “Solamente in questa Terra non morì neppure uno di quegli animali: quasi che essendo quella miracolosissima Immagine ritrovata da un Toro, volesse avere speciale cura di quella specie di bruti; anzi tutti quelli che da altre parti furono menati avanti la sacra Effigie infermi, coll’olio della sua lampada, restarono liberi da questo pestifero morbo”.

Il porro non scomparve, ed è lì a perenne ricordo e visibile prova del miracolo, e si racconta che un pittore, incaricato di eliminarlo con opportuni ritocchi al quadro, rischiò di perdere la vista. A volte  diventa più piccolo, a volte più grande,  con un  contemporaneo l’imbianchimento del volto della Vergine, o di porzione di esso,  fenomeno interpretato  quale segno di buon o di cattivo  augurio. Tale prodigio, come scrive il Bardaro, si verificò in tre memorabili  occasioni: il 15 agosto 1832, data della prima incoronazione della Vergine; il 7 settembre 1885, data dell’arrivo a Castel Baronia del Ministro P. S. Mancini, dopo quarant’anni di esilio; la primavera del  1908, periodo di un’ostinata siccità,  che metteva a rischio tutto il lavoro agricolo di un anno.
In quest’ultima occasione, l’imbianchimento del quadro aveva preannunciato una sicura sciagura per  i Castellesi. Infatti, anche dopo la processione, il cielo restò più limpido di prima! Del fatto venne redatto verbale dall’arc. Bardaro, dal Can. Giuseppe Zefilippo, dal frate francescano Generoso da Castel Baronia, dal Sac. Nicola Archidiacono.

 

Protezione dai terremoti

Il terremoto dell’8 settembre 1694  abbatté la maggior parte delle case di Castello e la stessa  chiesa  delle Fratte, ma non la Cappella della Vergine nella quale era collocato il  suo quadro.
Nell’altro terremoto verificatosi nel marzo 1702,“cadde di nuovo il muro del Coro, con lesione notabilissima di tutta la Chiesa, restando solo illeso l’altare maggiore, sul quale era stata collocata, nonostante che fosse sostenuto da un grande edificio ( = trono ) di marmo”.
Fu allora che, cadute le poche case residue case di Acquara, gli ultimi suoi  abitanti lasciarono definitivamente quel luogo e si unirono alla Parrocchia di S. Maria delle Fratte. Nonostante  i gravi danni ed morti nei comuni della Baronia, il terremoto del 7 giugno 1910 non fece vittime a Castel Baronia, e restò incolume il quadro della Madonna. Né questo fu distrutto dal rovinoso terremoto del luglio 1930, nonostante il crollo delle volte  delle quattro navate, ricamate di pregiatissimo stucco. Il quadro rimase al suo posto, “sull’Altare Maggiore, intatto, in piedi, diritto, come sorretto dagli angeli, insieme con una lamiera argentea, che lo copriva, nonostante che fossero spezzate le corde metalliche, che la sorreggevano. Tre animosi (....) alla vista di tanto prodigio, facendosi strada, a gran fatica, fra quegli immensi cumuli di rovine, riuscirono a prendere il quadro benedetto, e a portarlo trionfalmente in mezzo alla Piazza Mancini, fra i pianti di un popolo stupefatto!”

 

La tela dell’Immagine

Tra i più grandi prodigi della sacra Immagine deve comprendersi, secondo il Coppola, l’integrità della tela distesa sulla  tavola,  nonostante siano passati otto secoli e quest’ultima sia stata cambiata più volte perché guasta e nonostante la Sacra Effigie fosse stata  esposta all’aria e alle intemperie prima di essere rinvenuta!

La caduta della cornice (esiste documentazione fotografica)

Durante la messa solenne del 15 agosto 1953, mentre il parroco celebrava, tutti i fedeli gridarono al prodigio, avendo visto cadere  lentamente, dall’altezza di circa cinque metri, la pesante cornice (alta m.1,20 e larga m.0,70) che sosteneva il cristallo della nicchia, in cui era collocata la sacra Icona. Vincendo ogni legge di gravità, era scesa giù, man mano, “conservando sempre il medesimo moto, fino a toccare il crocefisso sito sull’altare  finché non assunsero , tutti e due, una posizione orizzontale”. Il crocefisso, fatto di metallo duttile e non elastico, miracolosamente si era piegato senza spezzarsi: ora è conservato al culto dei fedeli  in chiesa.

 

 

 

 
    
 

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