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Sono da consultare e scaricare informato PDF Profili, Opere e aneddoti sui personaggi che hanno fatto la storia di Castel Baronia.
 
Storia
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Santuario della Madonna delle Fratte di Castel Baronia
Note a cura di Pompilio Dottore
Vicende del Santuario di S. Maria delle Fratte

La fondazione della chiesa di S. Maria delle Fratte si fa generalmente risalire al 1137, anno nel quale fu rinvenuto l'icona della Vergine (tela su tavola) negli anfratti di una boscosa collinetta, prospiciente  il Vallone S. Rocco. Tutti gli storici  di Castel Baronia  raccontano  del suo miracoloso rinvenimento, spiegando il perché la chiesetta fu edificata  proprio in quel luogo.
Attraverso i secoli il primitivo tempio fu ingrandito ed abbellito dalla pietà dei fedeli, che non lesinavano offerte, e dalla munificenza dei feudatari del paese. Le fu dato il titolo di S. Maria delle Fratte, dal luogo di sterpi, bronchi e piante selvatiche ove era stata ritrovata.
Non abbiamo notizie  sulle caratteristiche dell’antica chiesa, che subì le traversie di tutti gli edifici pubblici della zona, sconvolta periodicamente dai terremoti. A seguito del sisma del 1694 restò in piedi solo la Cappella della Vergine, che cadde in quello successivo del marzo 1702 quando restò in piedi solo l’Altare Maggiore su cui era stata precedentemente collocata l’Immagine di Maria SS.
Nel 1856, rivelatasi inadeguata ad accogliere i fedeli, moltissimi dei quali forestieri, fu quasi completamente ristrutturata. Tuttavia sarebbe restata incompleta se non fosse intervenuto P.S.Mancini che fece stanziare cospicue somme dal Governo Nazionale.
La restaurata ed ampliata chiesa venne consacrata  il 28 ottobre 1867 da Monsignor Maiorsini, Vescovo di Lacedonia, e da D. Vincenzo Salvatore, Abate Parroco di Carife, futuro Vescovo di Gravina. La cerimonia di  dedicazione (ai SS. Martiri Clemente, Fruttuoso e Severino) si svolse il 19 ottobre dello stesso anno.

L’edificio era a tre navate, ciascuna della lunghezza di 33 ml. e della larghezza di 16 m., cui si accedeva per mezzo di tre differenti porte. Una quarta navata era a servizio della Arciconfraternita del Santuario dedicata all'Addolorata e alle Cinque Piaghe.
Contava al suo interno sei altari di marmo pregiato: sull'altare Maggiore, lavorato in oro zecchino, era sistemato il trono della Vergine. Il soffitto, costruito a botte,  era adornato con  pregiati lavori in stucco.
A sud del tempio si trovavano il Palazzo Vescovile ed il campanile alto 17 m. con la volta piastrellata in maioliche gialle e verdi.
Il primo tempio, più volte danneggiato dai terremoti e sempre risorto per la pietà dei fedeli, fu completamente distrutto dal terremoto del 23 luglio 1930.
Riedificato dalla munificenza della Santa Sede  e del Governo Nazionale, fu riaperto al culto nel 1933. Nel 1937 il campanile fu ricostruito con il contributo concesso dal comm. Michele Aufiero, di Sturno,  come risulta da una lapide  apposta sui muri perimetrali. I terremoti dell’agosto 1962 e del novembre 1980, sebbene abbiano danneggiato l’edificio, non ne hanno compromesso la stabilità, per cui i danni sono stati facilmente riparati.
L’attuale Chiesa di S. Maria delle Fratte è, in effetti, quella ricostruita all’indomani del disastroso terremoto del luglio 1930. E’ di stile gotico. La facciata, orientata a Mezzogiorno, sporge  su piazza Mancini.  Ha una sola navata, lunga 26 m. e larga 12 m., coperta a volta, la cui altezza, calcolata nel punto più alto, raggiunge i 16 metri. Ha due Cappelline  ai lati dell’abside: una dedicata al Sacro Cuore di Gesù, con tabernacolo marmoreo , con due fregi d’incerta datazione, ed un paliotto con lo stemma di Castel Baronia;  e l’altra a S. Giuseppe.  E’ dotata di 10 finestroni , i cui vetri, istoriati, raffigurano scene ispirate al Cantico delle Creature di S. Francesco. Al centro del disegno, oltre fratello sole e sorella luna, sono raffigurati anche la natura e gli animali del giorno e della notte.
Il Battistero, probabilmente resto del vecchio edificio, è situato all’ingresso (cappellina laterale destra ).  E’ coperto di marmo, a forma piramidale, con porticina per attingere l'acqua. Gli elementi che lo caratterizzano non appartengono alla stessa epoca: la base, in onice gesualdino, è riferibile alla seconda metà del 1700; la decorazione scultorea, raffigurante la colomba dello Spirito Santo, situata sulla sommità, è ascrivibile alla seconda metà del 1800. Il pulpito è collocato sulla parete destra rispetto all’ingresso,  ed è sorretto da una colonna. Sul portale d’ingresso è collocato l’Organo con cantoria in legno, di tipo antico, ma con struttura meccanica del 1934, fatto restaurare nel 1994.
L’altare maggiore, di stile barocco in marmo policromo, è quello stesso della distrutta  Chiesa, risalente alla metà del 1700. Su di esso è collocato il dipinto raffigurante  S. Maria delle Fratte, coperta da ricco velario.

Culto praticato nella chiesa di S. Maria delle Fratte

Il culto della Beata Vergine delle Fratte è molto sentito, non solo dalla popolazione castellese, ma anche dalla gente delle zone viciniore. Le date significative per la sua venerazione, radicate nella cultura locale, sono sostanzialmente due: il due febbraio, data del rinvenimento miracoloso del quadro ( 2 febbraio 1137) e 15 agosto, data dell’incoronazione della Vergine, in concomitanza  delle due grandi festività della presentazione di Gesù al Tempio, e  dell’Assunzione al Cielo, in anima e corpo, della Madre del Cristo fatto uomo.
Sulle manifestazioni del culto mariano in Castel Baronia, nel primo ventennio del 1900,  si sofferma lungamente nei suoi scritti Vito Frano: “Il due febbraio di ogni anno, tutta l’Irpinia manda i suoi pellegrini (....). Turbina la neve, imperversa la tramontana, si agghiacciano i laghi pel freddo (..... ) ma la Chiesa delle Fratte, il giorno due febbraio, è sempre piena, zeppa di pellegrini: hanno nelle mani la candela, nel cuore la fiamma della fede. Prima della Messa un sacerdote benedice le candele, e spiega il simbolo: esse sono immagini di Cristo, luce del mondo. Comincia la Messa  cantata , fra le nuvole di incenso. Prima del Gloria, al suono di campanelli, cade il velo di seta che  copre l’Immagine, mentre da mille cuori erompe il grido di otto secoli :  Viva Maria!
Un coro di fanciulle e di bambine, al suono dell’organo, saluta la Vergine  col saluto dell’Angelo : Ave Maria ! (....).  Piangono tutti, anche il più superbo dal cuore indurito, perché anche il superbo ha delle lagrime da deporre nel sen regale di Maria. Al Vangelo, tutti in piedi, con la candela nella destra.”.
Il giorno  due febbraio i fedeli  preparano un grande falò sulla piazzetta Mancini, antistante la chiesa. E’ costituto, in genere, da vere e proprie cataste di legna, raccolta da giovani ed anziani, e trasportate dalla campagna con carri agricoli. Secondo alcuni questo fuoco sta a simboleggiare la luce della Grazia, e serve come ristoro al pellegrino infreddolito, alla fine del lungo viaggio intrapreso.
Lo stesso Frano descrive la manifestazione  esterna e  il clima che si creava in paese il 15 agosto, festività dell’Assunta: “E’ la vigilia dell’Assunta. Rami di quercia e di lauro in tutto il paese; fascette di spighe ad ogni porta. Per le vie brulicanti di contadini e contadine, rulli di tamburi, suoni di pifferi e di zampogne (...). In omaggio all’Assunta i contadini  bruciano le stoppie, cioè la paglia che resta nei campi, dopo la mietitura. E’ una scena fantastica. Le lingue di fuoco assumono forme diverse, di rombi, di trapezi, di archi, di cerchi, come spira il vento....luminarie, canti e balli, per tutta la notte, fino alle prime luci dell’alba...Nelle ore vespertine del giorno 15, la processione si svolge solenne e trionfale per le vie del paese: una processione lunga, lunga, multicolore, luccicante di fiammelle. Prima le Confraternite coi Gonfaloni, poi la teoria policroma delle fanciulle in abiti pittoreschi, coi tradizionali mezzetti, adorni di veli e di nastri, terminanti tutti in fascette di spighe. Chiudono la doppia fila  tre contadinelle: nel mezzo Maria, regina del grano, senza mezzetto sul capo: è incoronata di spighe come Cerere, la dea delle messi!”
Non sempre il preziosissimo Quadro della Madonna  è stato portato in processione. A tal fine, infatti, per determinazione del Vescovo di Trevico,  Monsignor P.  Rogani, fu commissionata  una statua in legno che lo scultore napoletano,   Giuseppe Sarno,  eseguì nel 1775.  La Madonna appare seduta, in tunica rossa e manto azzurro: in dolce atto di amore, stringe il Bambino al petto, e china un po' il capo in avanti come per ascoltare le preghiere dei suoi figli. Le brillano sul capo tre corone d’oro, in memoria della triplice incoronazione.
Quando la  statua ritorna in chiesa è già notte.
In più di un’occasione ,per le due festività castellesi,  il Sommo Pontefice ha concesso l’indulgenza plenaria, che si ottiene nelle novene, determinando un intensificarsi della folla dei fedeli, accorsi,  numerosissimi, da tutti i paesi della Baronia, consolidando  l’antico culto mariano.
Particolarmente significative sono state le manifestazioni svoltesi nel 1987, nella ricorrenza dell’850° Anniversario  del rinvenimento del quadro della Vergine, e della fondazione di Castel Baronia, sulle quali si è soffermato, con dovizia di particolari, Eduardo Alloro.
Vi parteciparono tutti i sacerdoti  locali, ritornati a Castel Baronia dalle loro lontane sedi. Alla solenne processione parteciparono varie Associazioni Mariane provinciali, con i loro stendardi, le scuole  dei vari comuni della Diocesi di Ariano- Lacedonia, l’Amministrazione comunale, ed altre autorità civili e militari del Comprensorio Ufitano.
Qualche giorno prima P. Andrea Martini, a nome della popolazione castellese, offrì alla Vergine delle Fratte la lampada votiva di bronzo, da lui stesso realizzata.
In più di un’occasione, come nel 1948,  le manifestazioni di culto  sono state rese più solenni dalla peregrinatio  della Madonna della Libera di Trevico, scesa a valle per portare ai paesi dell’antica  diocesi benedizioni e grazie.
Non di rado, tuttavia, l’immagine di S. Maria delle Fratte ascende, per lo stesso scopo, l’alta montagna trevicana. Accadde, per esempio, il 14 agosto 1967, di ritorno da Roma, quando, ancor prima di rientrare in sede,  la Vergine volle mostrarsi ai fedeli della Baronia, in ciascuno dei loro paesi, per raccoglierne le preghiere e le aspirazioni, l’eco delle gioie e dei dolori.

Le opere d’arte conservate nella chiesa

1. Altare Maggiore in marmo policromo (cm.220 x 450), risalente alla seconda metà del XVIII sec., in stile barocco.
2. Altare del Sacro Cuore di Gesù ( cm.80 x 45 ), pure in marmo, situato sul lato sinistro della navata.Il Tabernacolo  ( h. cm. 18 ) e i due fregi, collocati a lato del paliotto, riproducenti, a bassorilievo, lo stemma di Castel Baronia, sono ascrivibili alla seconda metà del XVIII secolo. Il paliotto è di incerta datazione.
3. Altare di S. Giuseppe ( cm.80 x 45), in marmo policromo, situato sul lato destro della navata, risale al XVIII sec.
4. Fonte battesimale, (h.136 cm.,  diam. cm. 83), in onice gesualdino, è prodotto dell’artigianato locale della seconda metà del XVIII secolo.
5. Battistero, (h. 255 cm.) , è situato nella Cappellina laterale destra. Gli elementi che lo caratterizzano non sono coevi: la base , in onice, è riferibile alla seconda metà del 1700, la decorazione scultorea, una colomba raffigurante lo Spirito Santo, situata alla sommità, è ascrivibile alla seconda metà dell’800.


La chiesa conserva   anche le seguenti statue:
1. Statua della Madonna delle Fratte , in legno scolpito e dipinto, risalente alla seconda metà del XVII secolo, di scuola napoletana.
2. Statua di S. Rocco, in legno dipinto,  di scuola campana,  dell’altezza di circa cm. 140, è collocata in una nicchia posta a destra del transetto. Risale alla seconda metà del XVIII sec.
3. Statua di S. Gerardo , in cartapesta modellata e dipinta, h. cm.155, è attribuita a certo Luigi Guacci, di Lecce ( metà XX^ sec. ).
4. Statua di S. Lucia, h. cm. 151,  in legno dipinto, di scuola campana,  risale alla prima metà del  XIX^ sec., è collocata in una nicchia a destra del transetto.
5. Statua della Addolorata , in legno dipinto, di scuola napoletana, risale alla seconda metà del XVIII sec. Anche questa è collocata in una nicchia a destra del transetto.
6. Statua di S. Michele Arcangelo, (h. 158 cm.), in legno dipinto, risale alla prima metà del XIX secolo.
7. Statua di S. Francesco Saverio , (h. 119), anche in legno dipinto, presenta il Santo con la conchiglia ed il bastone da pellegrino. Risale alla seconda metà del XIX secolo.
       La chiesa conserva, poi, un dipinto ad olio, delle dimensioni di   cm. 181 x cm. 128, rappresentante la Flagellazione di Cristo, databile alla seconda metà del sec. XVII, forse rapportabile all’ambito guariniano Collocata in Sagrestia, si trova in pessimo stato di conservazione.
L’Icona della Madonna delle Fratte, che dà il nome alla Chiesa,  si ritiene comunemente che risalga al sec. XII^. 
Il Coppola scrisse: “Poiché l’invenzione di questa sacra Effigie rimonta all’anno 1137, sarebbe follia (...) dirne con precisione l’autore. Solo è certo che essa è dipinta sopra a tela alla greca, bruna di volto, come tutte le antiche,  ed (.... ) è di cinque palmi di altezza e di quattro di larghezza, coperta di cristallo e velo di seta".
Il Bardaro nel  1936 aggiunse:  “Un tale quadro, adunque, è dipinto su tela (...).E’ distesa su di un tavolo: non una volta si è dovuto cambiare il tavolo, perché corroso; ma la tela è sempre lì, resistente, tranne qualche sfilatura, qua e là. Il dipinto alto m.1,30 largo 0,60 è di stile bizantino, bruno di volto (...). Ma quando fu lavorato tale quadro ? Nessuno ha potuto rispondere a tale domanda. Solo il Vescovo Iannacchini (..... )  ha detto : E’ della scuola di S. Luca “.
 Si può concludere, tuttavia, che, pur non conoscendosi la provenienza artistica, il colore bruno della Vergine e del Bambino e la loro posizione danno la certezza che sia di provenienza greco-bizantina.
La tesi è stata di P. Andrea Martini,  che nel 1967 sottopose il quadro ad un accurato restauro, concludendo alla fine: "Mandate via  le ingombranti sovrastrutture di affrettati restauri passati, il dipinto si spiega in tutta la sua linea di puro stile bizantino. La tela applicata su legno ha forma rettangolare, ma con terminale triangolare, a guisa di timpano. Si leggono chiaramente le lettere dell’Alfabeto greco, iniziali del titolo Madre di Dio” .
Il Quadro fu benedetto da Paolo VI il 28 giugno 1967, alla presenza del provetto restauratore,  che realizzò anche una porta di bronzo, che funge da custodia e da trono alla preziosa opera d’arte. La teca pesa quattro quintali e porta raffigurata l’Annunciazione dell’Arcangelo alla Vergine, momenti del rinvenimento del quadro,  e lo stemma del Comune di Castel Baronia.

Parati sacri

Nell’armadio della Sagrestia sono conservati numerosi paramenti sacri, di egregia e raffinata fattura, come alcuni piviali di damasco rosso, viola ed in broccato, che risalgono alla prima metà dell’800.
Alla seconda metà del 700 sono riferibili:
1. Una dalmatica in seta broccata ( cm.113 x cm. 68 ),  che conserva la montatura originale con galloni dorati. Presenta un modulo decorativo a mazzolini di fiori sparsi.
2. Due Pianete in taffetas chinè à la branche ( cm. 03 x 68 ) che presentano, in fondo alla colonna centrale posteriore, uno stemma vescovile rappresentante una torre e un cane. Il tessuto, detto “ a fiamme “ presenta galloni dorati e una decorazione sfumata, ottenuta mediante stampa su ordito.
3. Una Pianeta in seta ricamata  a motivi decorativi floreali.
4. Una Pianeta  in gros de Naples liserè broccato che, completa di stola e manipolo, presenta galloni in seta gialla e una decorazione a motivi floreali.
Alla prima metà del XIX secolo sono ascrivibili ancora:
1. Due Pianete ( cm.110 x 70 )  in seta laminata a filo d’argento, complete di stola, manipolo e busta.
2. Una Pianeta, (cm. 110 x 72 ), completa di manipolo e stola, in pekin bianco, ricamato a filo dorato. In fondo alla colonna centrale posteriore è riportato uno stemma vescovile. Il modulo decorativo è impostato verticalmente, a bande alternate, con un ricorrente motivo floreale.
3. Una Pianeta in seta viola ( cm. 105 x 73 ), ricamata a filo d’argento,  che raffigura uno stemmo vescovile.
4. Una  Pianeta in damasco laminato verde, con stemma vescovile ricamato, consistente in un albero ed un cane.
5. Un piviale in damasco broccato con le iniziali M.M. Presenta metodi decorativi floreali in seta viola su fondo verde.
6. Un piviale ( cm. 140 x 210 ) in damasco rosso, con galloni e frange in seta gialla, ricamato con motivi floreali e vegetali.
7. Un piviale in damascato viola,  ( cm. 140 x 210 ), con galloni in seta gialla. Il paramento sacro  presenta un modulo decorativo a motivi vegetali ( foglie e frutta) e floreali.
8. Dalmatiche in damasco rosso, viola, e verde, con galloni in seta gialla e verde, con decorazione a volute stilizzate di foglie e fiori. Si nota, nella parte posteriore, un’applicazione a ricamo, rappresentante uno stemma vescovile con un albero, un cane e un uccello.
Alla prima metà del XVIII sec. risale, probabilmente, una Pianeta (cm. 109 x 77 ) in broccato, che conserva galloni originali in seta gialla, con ricami foliati, corolle di iris e palmette, impostati a maglia, orizzontalmente e a zig-zag.
Alla seconda metà del XIX sec.  è riferibile un piviale ( cm. 147 x 220 ) in seta bianca, ricamata, che presenta galloni, frange e bottoni in  passamaneria dorata. La decorazione è caratterizzata da mazzolini di fiori sparsi, stilizzati. Spicca, sulla parte posteriore, in parte dipinta e in parte ricamata, l’immagine di S. Rocco e il cane.
Al patrimonio della Chiesa appartiene anche un Crocifisso in argento (cm.85 x 22 ), sbalzato e parzialmente dorato, risalente alla seconda metà del XIX sec.

Fondo cartaceo dell’Archivio

L’Archivio della Parrocchia di S. Maria delle Fratte conserva  documenti, lettere e libri di Teologia, Storia, Letteratura, quasi tutti anteriori al  1900. Conserva, altresì, i  Libri parrocchiali  dal XVII al XX sec.,  di Battesimo, Cresima, Matrimoni e Morte. La serie, tuttavia, non è completa per le perdite avutesi in occasione delle calamità naturali ( pestilenze, carestie e terremoti) le cui conseguenze sono state pesantemente avvertite dalla parrocchia.
Il  registro più antico è quello relativo ai Battesimi, che copre l’arco di tempo che va dal 1604 al 1638. Più completa è la serie dei Libri dei Matrimoni.

 

 
    
 

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